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In the Shadow of Giants «explored» (by mpb11)
A third view of the picturesque church of St. Magdalena in the Val di Funes, Italy. The hills are covered in yellow dandelions and those jagged peaks in the background are the Dolomites.

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In the Shadow of Giants «explored» (by mpb11)
A third view of the picturesque church of St. Magdalena in the Val di Funes, Italy. The hills are covered in yellow dandelions and those jagged peaks in the background are the Dolomites.

(via romyfan)

Tags: montagne

L’avventura dei faggi rossi.

Niente di meglio di un racconto di Conan Dolyle per trascorre un’oretta.

L’avventura dei faggi rossi

«Chi ama l’arte per l’arte», osservò Sherlock Holmes gettando da una parte la pagina degli annunci economici del Daily Telegraph, «spesso trae godimento dalle sue manifestazioni minori e più banali. Ed è molto piacevole per me, Watson, vedere come lei abbia afferrato questa verità e nei casi che ha avuto fino ad oggi la bontà di raccontare e, devo dire, occasionalmente di abbellire, ha preferito sottolineare non tanto i numerosi avvenimenti celebri ed eventi sensazionali in cui mi sono trovato coinvolto quanto, invece, quei piccoli incidenti che, pur se trascurabili in sé e per sé, mi hanno consentito di sfruttare quelle facoltà di deduzione e di sintesi logica nelle quali mi sono specializzato.»

«Eppure», risposi sorridendo, «non posso considerarmi totalmente assolto dall’accusa di sensazionalismo di cui sono stati tacciati i miei racconti.»

«Forse», osservò prendendo con le molle un tizzone fiammeggiante per accendere la sua lunga pipa di ciliegio che rimpiazzava la pipa d’argilla quando era di umore più polemico che meditativo, «forse il suo errore è stato quello di voler infondere colore e vita alle sue storie anziché limitarsi a registrare unicamente la pura e semplice concatenazione logica fra causa ed effetto che ne costituisce l’unica originalità.»

«Sotto questo punto di vista mi sembra di averle reso pienamente giustizia», risposi un po’ freddamente, irritato da quell’egocentrismo che, come avevo osservato più di una volta, era un elemento predominante nell’eccezionale personalità del mio amico.

«Non è né egoismo né presunzione», disse rispondendo, come al solito, più ai miei pensieri che alle mie parole. «Se chiedo che la mia capacità venga pienamente riconosciuta è perché questa capacità è qualcosa di impersonale - al di fuori di me stesso. Il crimine è una cosa comune. La logica è una cosa rara. Quindi, lei dovrebbe concentrarsi più sulla logica che sul crimine. Lei ha ridotto a una serie di favole quello che avrebbe dovuto essere un ciclo di conferenze.»

Era una fredda mattinata degli inizi di primavera e, dopo aver fatto colazione, ce ne stavamo seduti accanto al caminetto acceso nella vecchia casa di Baker Street. Una fitta nebbia dipanava le sue volute fra le file di case di un bruno grigiastro e le finestre dirimpetto occhieggiavano come macchie scure e indistinte attraverso le pesanti spirali giallastre. La nostra lampada a gas, accesa, diffondeva il suo chiarore sulla tovaglia bianca, facendo luccicare la porcellana e il metallo sulla tavola non ancora sparecchiata. Sherlock Holmes era stato silenzioso tutta la mattina, continuando a sfogliare le pagine degli annunci di vari giornali fino a che, rinunciando apparentemente alle sue ricerche, era emerso dalle scartoffie, irritato e di malumore, solo per farmi la predica sulle mie manchevolezze letterarie.

«Allo stesso tempo», osservò dopo una pausa durante la quale era rimasto a fumarsi la sua pipa con lo sguardo fisso nel fuoco, «non la si può accusare di sensazionalismo in quanto una notevole percentuale dei casi di cui lei ha avuto la bontà di interessarsi non aveva nulla a che fare col crimine nel significato legale del termine. La faccenduola per cui ho aiutato il re di Boemia, la strana esperienza della signorina Mary Sutherland, il caso dell’uomo col labbro spaccato, e l’incidente del nobile scapolo erano tutte cose che esulavano dai confini della legge. Ma temo che, per evitare il sensazionale, lei sia caduto nel banale.»

«Può darsi che sia così», risposi, «ma ritengo che i metodi siano stati nuovi e interessanti.»

«Ma mio caro amico, cosa vuole che importino alla massa, la grande massa incapace di osservazione, che non saprebbe riconoscere un castoro dai denti o un compositore dal suo pollice sinistro, le sottigliezze dell’analisi e della deduzione! Comunque, non posso farle una colpa della sua banalità; i casi eclatanti sono ormai un ricordo del passato. L’uomo, o almeno il criminale, ha perduto ogni intraprendenza ed ogni originalità. In quanto al mio lavoro, sembra che ormai non sia diventato altro che un’agenzia di ritrovamento di matite smarrite o di consigli per educande. Questo biglietto, che ho ricevuto stamattina, tocca davvero il fondo. Legga!» Mi lanciò un foglietto spiegazzato. Era datato da Montague Piace il giorno prima e diceva così:

Caro Signor Holmes,

desidero vivamente consultarla in merito alla opportunità di accettare o meno un posto di governante che mi è stato offerto. Se non la disturbo, sarò da lei domattina alle dieci e mezza.

Con i migliori saluti, Violet Hunter.

«Lei conosce questa signorina?» domandai.

«Mai sentita.»

«Sono le dieci e mezza adesso.»

«SI, e senza dubbio questa scampanellata è la sua.» «Forse, la cosa sarà più interessante di quanto lei crede. Rammenta l’avventura del carbonchio azzurro? All’inizio sembrava una semplice stranezza e poi è diventata una cosa molto seria. Può darsi che sia così anche questa volta.»

«Be’, speriamo. Comunque i nostri dubbi saranno presto risolti; se non sbaglio, infatti, la persona in questione sta arrivando.» Mentre parlava, si aprì la porta ed entrò una ragazza. Vestita semplicemente ma con proprietà, con un viso luminoso e intelligente, lentigginoso come un uovo di piviere, aveva i modi sbrigativi di una donna che sa di doversi fare strada nel mondo.

««Mi scuserà se la disturbo», disse mentre il mio amico si alzava per salutarla, «ma ho avuto un’esperienza molto insolita e non ho genitori né parenti di nessun genere ai quali rivolgermi per un consiglio, quindi ho pensato che forse lei sarebbe stato tanto gentile da dirmi cosa devo fare.»

«Prego si accomodi, signorina Hunter. Sarò lietissimo di aiutarla.»

Vidi che Holmes era rimasto favorevolmente colpito dai modi e dalle parole della nuova cliente. La esaminò da capo a piedi col suo sguardo penetrante poi si sistemò, ad occhi semichiusi e congiungendo le punte delle dita, per ascoltare il suo racconto.

«Per cinque anni», disse, «ho lavorato come governante in casa del colonnello Spence Munro ma due mesi fa il colonnello ricevette un incarico ad Halifax, in Nova Scozia, e portò i suoi figli con sé in America; così mi trovai senza impiego. Misi un’inserzione, risposi ad altre, ma senza successo. Alla fine, quel poco denaro che avevo cominciò a scarseggiare e non sapevo più dove battere la testa.

Nel West End c’è una famosa agenzia di collocamento per governanti, la Westway’s, dove mi recavo circa una volta la settimana per vedere se ci fosse qualcosa di adatto a me. Westway è il nome del fondatore dell’agenzia che però, in effetti, è diretta dalla signorina Stoper. Lei se ne sta seduta nel suo piccolo ufficio e le signore che cercano un’occupazione aspettano in un’anticamera e vengono fatte entrare una alla volta; la signorina consulta i suoi registri e controlla se c’è qualcosa per loro.

Bene, quando ci andai la settimana scorsa, come al solito fui fatta entrare nel piccolo ufficio, ma la signorina Stoper non era sola. Accanto a lei sedeva un signore molto grasso, con la faccia sorridente e un enorme doppio mento che gli si arrotolava sul collo; inforcava un paio d’occhiali e scrutava con estrema attenzione le signore che entravano. Quando arrivai io, fece un salto sulla seggiola e si rivolse subito alla signorina Stoper.

"Questa andrà benissimo", disse. "Non potrei chiedere di meglio. Eccellente! Eccellente!" Sembrava assolutamente entusiasta e si strofinava le mani, tutto allegro. Era un tipo talmente riposante che faceva piacere guardarlo.

"Lei cerca lavoro, signorina?", mi chiese. "Sì signore." "Come governante?" "Sì, signore."

"Quanto chiede di salario?"

"Nel mio ultimo posto col colonnello Spence Munro prendevo 4 sterline al mese."

"O via! Una vergogna! Un vero e proprio sfruttamento!", esclamò alzando le mani grassocce come un uomo sconvolto. "Come si può offrire unai tale miseria a una signorina così graziosa e distinta, con tante qualità?"

"Le mie qualità, signore, potrebbero essere meno di quanto lei immagina", risposi. "Un po’ di francese, un po’ di tedesco, musica, disegno…"

"Via, via!", esclamò. "Tutto questo è fuori questione. Il punto è se lei abbia o meno il portamento e i modi di una signora. Questo è il nocciolo. Se non li ha, non è adatta a crescere un bambino che forse un giorno potrebbe avere un ruolo di primo piano nella storia del paese. Se li ha, allora quale gentiluomo potrebbe mai permettersi di chiederle di accettare un compenso inferiore alle tre cifre? Il suo salario iniziale con me, signora, sarà di 100 sterline l’anno."

Come può immaginare signor Holmes, date le mie condizioni di indigenza, quell’offerta mi sembrò perfino troppo bella per essere vera.

Quel signore però, forse notando la mia espressione incredula, aprì un portafoglio e ne trasse fuori una banconota.

"È anche mia abitudine", disse con un largo, cordiale sorriso che gli ridusse gli occhi a due fessure scintillanti fra le pieghe pallide di grasso, "anticipare alle signorine metà del loro salario così che possano far fronte alle piccole spese di vestiario e di viaggio."

Mi sembrava di non aver mai conosciuto un uomo così affascinante e premuroso. Dovevo già dei soldi ai fornitori e quell’anticipo giungeva proprio a proposito, ma c’era qualcosa di anormale in quella transazione e, prima di impegnarmi, volevo saperne qualcosa di più.

"Posso chiederle dove abita, signore?", gli chiesi.

"Nell’Hampshire. Una graziosa zona rurale. Ai Faggi Rossi, cinque miglia da Winchester. Un paesaggio delizioso, mia cara, e una deliziosa residenza di campagna."

"E i miei compiti, signore? Vorrei sapere quali saranno."

"Un bambino - un caro frugoletto di appena sei anni. Dovrebbe vederlo schiacciare gli scarafaggi con una pantofola! Smack! Smack! Smack! Ne fa fuori tre in un batter d’occhio!" Si appoggiò allo schienale della seggiola ridendo così che gli occhi scomparvero di nuovo nel grasso.

Quel tipo di divertimento per un bambino mi aveva lasciata un po’ sconcertata, ma la risata del padre mi convinse che forse stava scherzando.

"Allora il mio compito", chiesi, "sarebbe unicamente quello di prendermi cura di un bambino?"

"No, no, non l’unico, mia cara signorina, non l’unico", esclamò. "Il suo compito, come sono certo le suggerirà il buon senso, sarà anche quello di obbedire ai piccoli ordini di mia moglie; ordini, beninteso, ai quali una signora può obbedire senza disdoro. Non ci saranno difficoltà, non è vero?"

"Sarò felice di rendermi utile."

"Perfetto. Prendiamo, per esempio, l’abbigliamento. Siamo gente bizzarra, sa - bizzarra ma di buon cuore. Se le chiedessimo di indossare un certo vestito che noi le daremmo non avrebbe obiezioni a soddisfare il nostro piccolo capriccio, vero?"

“No”, risposi, sbalordita a quelle parole.

“O sedersi in un posto piuttosto che in un altro* non si sentirebbe offesa?”

“Oh, no.”

“O di tagliarsi i capelli prima di venire da noi?”

Non credevo alle mie orecchie. Come può vedere, signor Holmes, ho capigliatura molto folta e di un color castano particolare. Mi hanno sempre complimentato per i miei capelli e non mi sognerei di sacrificarli

alla leggera.

“Questo temo proprio che sia impossibile”, risposi. Mi stava osservando attentamente con quei suoi occhietti e vidi che alle mie parole un’ombra offuscò il viso.

“Ho paura che sia indispensabile”, disse. “E un capriccio di mia moglie e come lei sa, gentile amica, i capricci delle signore vanno rispettati. Dunque, rifiuta di tagliarsi i capelli?”

“Si signore, non potrei proprio farlo”, risposi con fermezza.

“Ah, be’, in questo caso non c’è altro da aggiungere. Peccato, perché sotto altri punti di vista lei sarebbe stata la persona davvero ideale. Stando così le cose, signorina Stoper, sarà meglio vedere qualche altra signorina.”

Per tutto quel tempo, la direttrice aveva continuato a sfogliare le sue carte senza rivolgerci la parola ma a quel punto mi guardò con aria seccata tanto da farmi sospettare che il mio rifiuto le avesse fatto perdere una sostanziosa provvigione.

“Desidera che io tenga ancora il suo nome nell’elenco?”, mi chiese.

“Se non le spiace, signorina Stoper.”

“Francamente, non vedo a che scopo, visto come rifiuta delle offerte eccellenti”, osservò bruscamente. “Non può certo aspettarsi che ci diamo da fare per trovarle un’altra occasione del genere. Buon giorno, signorina Hunter.” Colpì un minuscolo gong che teneva sulla scrivania e un fattorino mi accompagnò fuori. Bene, signor Holmes, una volta rientrata a casa e trovando la dispensa quasi vuota e due o tre fatture da pagare sul tavolo, cominciai a chiedermi se non fossi stata una sciocca. Dopotutto, se queIla gente aveva delle strane manie e si aspettava obbedienza per le richieste più strane, se non altro erano pronti a pagare per le loro eccentricità. Sono ben poche le governanti in Inghilterra che guadagnano 100 sterline l’anno. E poi, che me ne facevo dei miei capelli? A molte donne i capelli corti donano, e forse avrebbero donato anche a me. Il giorno seguente ero quasi convinta di aver commesso un errore; due giorni dopo, ne ero certa. Mi ero quasi decisa a mettere da parte il mio orgoglio e tornare all’agenzia per chiedere se il posto era ancora disponibile, quando ricevetti questa lettera proprio da quel signore. Eccola, gliela leggo:

I Faggi Rossi, presso Winchester

Cara signorina Hunter,

la signorina Stoper mi ha gentilmente fornito il suo indirizzo e le scrivo per chiederle se è tornata sulle sue decisioni. Mia moglie desidera motto che lei venga da noi perché è rimasta incantata dalla mia descrizione. Siamo disposti a vernarle 30 sterline al trimestre, cioè 120 sterline l’anno a titolo di indennizzo per qualsiasi disturbo le nostre piccole manie potrebbero causarle. In fondo, non si tratta di grandi cose. Mia moglie ama una particolare sfumatura di blu elettrico e gradirebbe che di mattina, a casa, lei indossasse un abito di quel colore. Non occorre che lei si preoccupi di acquistarlo poiché ne abbiamo già uno che appartiene alla mia amata figlia Alice (attualmente a Filadelfia) e che ritengo le andrebbe a pennello. In quanto a sedersi in un posto o in un altro, o a divagarsi nel modo che le verrà indicato, non dovrebbe darle nessun disturbo. In quanto ai capelli, è senza dubbio un peccato, specialmente perché io stesso ho potuto ammirarne la bellezza nel corso del nostro colloquio; ma temo proprio di non poter transigere su questo punto, e spero soltanto che l’aggiunta al salario possa compensarla della perdita. I suoi compiti per quanto riguarda il bambino non sono affatto gravosi. Cerchi dunque di venire; sarò a Winchester a prenderla, con il calesse. Mi faccia sapere con quale treno arriverà.

Con i migliori saluti, Jephro Rucastle.

Questa è la lettera che ho appena ricevuto, signor Holmes, e sono decisa ad accettare il posto. Prima, però, di fare il passo definitivo ho pensato di venire da lei per sottoporle l’intera faccenda.»

«Bene, signorina Hunter, se ha deciso di accettare, la questione è chiusa», rispose Holmes sorridendo.

«Ma lei mi consiglierebbe di rifiutare?»

«Diciamo che non è il genere di lavoro che vorrei per una mia eventuale sorella.»

«Cosa significa tutta questa storia, signor Holmes?»

«Non ho gli elementi; non glielo so dire. Forse lei si è già fatta un’opinione?»

«Be’, mi sembra che la soluzione possibile sia una sola. Il signor Rucastle mi ha dato l’impressione di un uomo gentile e di buon carattere. Non potrebbe darsi che la moglie sia una squilibrata e che voglia mettere la cosa a tacere per timore che finisca in manicomio e che, quindi, accontenti tutte le sue stranezze per impedire una crisi della malattia?»

«È una soluzione possibile - anzi, stando le cose come stanno, è la più probabile. Comunque, non mi sembra l’ambiente adatto per una ragazza giovane.»

«Ma il denaro, signor Holmes! Il denaro!»

«Certo, il salario è buono - troppo buono. Questo è quello che mi preoccupa. Per quale motivo dovrebbero dare a lei 120 sterline l’anno quando potrebbero scegliere chiunque altro per 40 sterline? Ci dev’essere sotto un motivo ben preciso.»

«Pensavo che, raccontandole tutto, se in seguito avessi avuto bisogno del suo aiuto lei avrebbe capito. Mi sentirei molto più tranquilla se sapessi di poter contare su di lei.»

«Oh, su questo può stare tranquilla. Le assicuro che il suo problema promette di essere il più interessante che mi sia capitato da molti mesi a questa parte. Presenta degli aspetti decisamente insoliti. Se dovesse trovarsi in dubbio o in pericolo…»

«Pericolo! Quale pericolo prevede?»

Holmes scosse il capo con aria grave. «Se potessimo definirlo, non sarebbe più un pericolo», diisse. «Ma se a qualunque ora del giorno o della notte lei mi manderà un telegramma, accorrerò subito in suo aiuto.» «Questo mi basta.» Si alzò vivacemente dalla sedia e l’espressione ansiosa era scomparsa dal suo viso. «Ora andrò nell’Hampshire molto più tranquilla. Scriverò subito al signor Rucastle, sacrificherò i miei poveri li e domani partirò per Winchester.» Con poche parole ancora di gratitudine dirette ad Holmes ci augurò la buona notte e se ne andò in fretta per la sua strada.

«Se non altro», osservai ascoltando i suoi passi rapidi e decisi mentre scendeva le scale, «sembra una ragazza capacissima di badare a se stessa. »

«E ne avrà bisogno», rispose Holmes in tono serio. «Mi sbaglierei di grosso se fra qualche giorno non avremo sue notizie.»

Non passò molto tempo prima che la profezia del mio amico si avverasse. Trascorsero quindici giorni, durante i quali mi sorpresi a riandare spesso col pensiero alla ragazza chiedendomi in quale strano e tortuoso vicolo dell’esperienza umana si fosse andata a cacciare quella giovane donna. Il salario insolito, le strane condizioni, i compiti così trascurabili, tutto stava ad indicare qualcosa di anomalo, ma, sia che si trattasse di un capriccio o di un complotto, sia che l’uomo fosse un filantropo o un mascalzone, non ero io la persona in grado di giudicarlo. In quanto ad Holmes, notai che spesso se ne stava seduto per intere mezz’ore con la fronte corrugata e l’aria astratta ma, quando glielo feci notare, spazzò via le mie domande con un gesto della mano. «Dati! Dati! Dati!», esclamò con impazienza. «Non posso fare mattoni se non ho l’argilla.» Finiva però sempre col brontolare che non avrebbe mai permesso a sua sorella di accettare quel posto.

Il telegramma che finimmo col ricevere arrivò una sera tardi, proprio mentre io stavo pensando di andarmene a letto e Holmes si accingeva a una di quelle sue nottate in bianco alle prese con gli esperimenti chimici cui spesso si dedicava; sapevo per esperienza che l’avrei lasciato curvo su una storta e una provetta e in quella stessa posizione l’avrei trovato il mattino dopo scendendo a colazione. Aprì la busta gialla e, dopo  una rapida scorsa al messaggio, me lo gettò.

 «Controlli nel Bradshaw gli orati dei treni», disse tornando ai suoi esperimenti.

L’appello era breve e urgente.

Pregola trovarsi Albergo Cigno Nero di Winchester domani a mezzogiorno. Venga! Sono disperata.

Hunter.

«Vuole venire con me?», chiese Holmes alzando gli occhi.

«Ben volentieri.»

«Allora guardi gli orari.»

«C’è un treno alle nove e mezza», dissi sfogliando l’orario. «Arriva a Winchester alle 11,30.»

«Andrà benissimo. In questo caso, sarà forse meglio che io rimandi la mia analisi degli acetoni; domattina dovremo essere nelle condizioni migliori. »

Alle undici del giorno seguente eravamo già vicini al vecchio capoluogo inglese. Per tutto il viaggio Holmes era rimasto sprofondato nella lettura dei giornali del mattino ma, oltrepassato il confine dell’Hampshire, li gettò da una parte e cominciò ad ammirare il paesaggio. Era una giornata ideale di primavera, il cielo azzurro chiaro punteggiato da soffici nuvolette bianche che si muovevano da ovest verso est. Brillava il sole ma nell’aria c’era una piacevolissima, rinvigorente frescura. In tutta la campagna, fino alle colline che si rincorrevano intorno ad Aldershot, i tetti rossi e grigi delle fattorie occhieggiavano fra il verde tenero delle foglie nuove.

«Guardi come sono belle e fresche!», esclamai con tutto l’entusiasmo di chi era appena emerso dalle nebbie di Baker Street.

Ma Holmes scosse gravemente il capo.

«Sa, Watson»; mi disse, «la maledizione di una mente come la mia è che guardo tutto riferendolo al mio problema del momento. Lei osserva quelle case sparse e rimane colpito dalla loro bellezza. Io le osservo e il mio unico pensiero è che sono molto isolate e che vi si potrebbe commettere qualsiasi crimine impunemente.»

«Santo ciclo!», gridai. «Chi potrebbe mai associare il crimine a quelle deliziose vecchie costruzioni?»

«Mi incutono sempre un certo orrore. Sono convinto, Watson, e lo sono in seguito alla mia esperienza, che i vicoli più squallidi e malfamati di Londra non presentino un più orrendo primato di colpe di quante ne presenti la dolce e sorridente campagna.»

«Ma questo è orribile!»

«Ma il motivo è ovvio. In città, il peso dell’opinione pubblica può fare quello che non può fare la legge. Non esiste vicolo tanto malfamato che il pianto di un bambino seviziato o il rumore delle percosse di un ubriaco non suscitino pietà e indignazione nel vicinato e l’intera macchina della polizia è talmente a portata di mano che una parola di protesta può metterla in moto, e allora non c’è che un passo fra il crimine e la galera.. Ma guardi queste case solitarie, ciascuna sul proprio terreno, abitate in massima parte da gente ignorante che non conosce la legge. Pensi agli atti di diabolica crudeltà, alla malvagità nascosta, che possono continuare, anno dopo anno, in questi posti, senza che nessuno ne sappia niente. Se questa ragazza che ha chiesto il nostro aiuto fosse andata a stare a Winchester, non avrei mai temuto per lei. Sono le cinque miglia di campagna che rappresentano il pericolo. Comunque, è chiaro che non è minacciata di persona.»

«No certamente. Se può venire a Winchester ad incontrarci, significa che è libera di uscire.»

«Appunto. Non la tengono prigioniera.»

«Ma allora di che cosa può trattarsi? Può suggerire una qualche spiegazione?»

«Ne ho contemplate diverse, ciascuna delle quali potrebbe adattarsi ai fatti quali noi li conosciamo. Ma quale di esse sia quella giusta si potrà appurare solo grazie a nuove informazioni che senza dubbio ci attendono. Bene, ecco il campanile della cattedrale; ben presto sapremo cosa ha da dirci la signorina Hunter.»

Il Cigno Nero era una locanda di buona reputazione nella High Street, vicinissima alla stazione, e lì trovammo la ragazza che ci aspettava. Aveva prenotato un salotto e, sul tavolo, ci aspettava il pranzo.

 «Sono felicissima che siate potuti venire», disse con calore. «Siete stati entrambi  molto gentili; ma davvero non so cosa fare. E i vostri consigli mi saranno preziosi.»

«La prego, ci racconti cosa è successo.»

«Certo, e devo sbrigarmi perché ho promesso al signor Rucastle di essere di ritorno prima delle tre. Mi ha permesso di venire in città stamattina, anche se non immagina certo per quale scopo.»

«Andiamo per ordine e ci dica tutto.» Holmes allungò le lunghe gambe verso il camino disponendosi all’ascolto.

«In primo luogo, devo dire che, nel complesso, il signor Rucastle e la moglie non mi hanno trattato male. Questo è giusto dirlo. Ma non riesco a capirli, e mi fanno sentire a disagio.»

«Cos’è che non capisce?»

«Il motivo del loro comportamento. Ma le dirò tutto dal principio. Quando arrivai, il signor Rucastle venne a prendermi e mi portò col calesse ai Faggi Rossi. Come aveva detto, la casa è in una splendida posizione, ma in se per sé non è molto bella; è un grosso fabbricato squadrato, intonacato di bianco, ma tutto macchiato e chiazzato dall’umidità e dalla pioggia. Intorno c’è un ampio terreno - boschi da tre lati e, sul quarto lato, un campo che scende fino alla strada maestra di Southampton che compie una curva a circa cento metri dalla porta d’ingresso. Il terreno sul davanti appartiene alla casa, ma i boschi tutt’intorno fanno parte della riserva di Lord Southerton. Un gruppo di faggi rossi davanti al portone ha dato il nome alla casa. Durante il tragitto, il mio datore di lavoro si dimostrò amabile come sempre e , la sera stessa, mi presentò alla moglie e al bambino. Tutte le congetture che avevamo fatto a Baker Street, a casa sua, signor Holmes, erano infondate. La signora Rucastle non è pazza. È una donna silenziosa, pallida, molto più giovane del marito, non ha più di trent’anni direi, mentre lui non ne ha certo meno di quarantacinque. Dai loro discorsi ho capito che sono sposati da circa sette anni, che lui era vedovo e che la figlia che è andata a Filadelfia era l’unica figlia avuta con la prima moglie. In separata sede il signor Rucastle mi disse che il motivo per il quale se n’era andata era un’ irragionevole avversione per la matrigna. Dal momento che la figlia non poteva avere meno di vent’anni posso capire benissimo che si trovasse a disagio con la giovane moglie del padre. La signora Rucastle mi è sembrata una donna incolore, sia di mente che di aspetto. Non l’ho trovata né gradevole né sgradevole. Una persona amorfa. Era facile vedere che adorava sia il marito che il figlio. I suoi occhi grigi andavano continuamente dall’uno all’altro, notando ogni piccola cosa e prevenendo, se possibile, ogni loro desiderio. Anche lui era gentile con la moglie, in quel suo modo cordiale e chiassoso e, tutto sommato, sembravano una coppia felice. Pure, quella donna aveva una qualche pena segreta. Spesso si astraeva nei suoi pensieri, con un’espressione terribilmente triste. Più di una volta l’ho sorpresa in lacrime. Ho perfino pensato che tutto fosse dovuto alla preoccupazione per  il carattere del bambino perché davvero non ho mai incontrato un ragazzino così viziato e perverso. È piccolo per la sua età, con una testa troppo grossa, sproporzionata al suo corpo. Sembra che passi la vita fra crisi di furore selvaggio e cupi intervalli di musoneria. Il suo concetto di divertimento sembra essere quello di far del male a tutte le creature più deboli di lui e dimostra un talento straordinario nel catturare topi, uccellini e insetti. Ma preferirei non parlare di lui, signor Holmes, e, del resto, ha ben poco a che fare con la mia storia.»

«Preferisco avere tutti i particolari», rispose il mio amico, «che le sembrino rilevanti o meno.»

«Cercherò di non omettere nulla di importante. L’unica cosa spiacevole di quella casa, che mi ha subito colpito, è stata l’apparenza e il comportamento dei domestici. Ce ne sono solamente due, marito e moglie. Toller -così si chiama - è un individuo rozzo e maleducato, coi capelli e i favoriti brizzolati, e puzza sempre di alcol. Da quando sono con loro, si è ubriacato due volte, eppure il signor Rucastle sembra non farci caso. Sua moglie è una donna molto alta e vigorosa, con la faccia arcigna, silenziosa come la signora Rucastle e molto meno amabile. Sono una coppia antipaticissima ma per fortuna passo quasi tutto il tempo nella nursery e nella mia camera, che sono adiacenti, in un angolo dell’edificio.

Per due giorni dopo il mio arrivo ai Faggi Rossi, non è successo niente di speciale. Il terzo giorno, la signora Rucastle è scesa subito dopo colazione per sussurrare qualcosa al marito.

"Oh già", ha detto lui rivolto a me, "le siamo gratissimi, signorina Hunter, per aver esaudito tutti i nostri capricci, compreso quello di tagliarsi i capelli. Le assicuro che il suo aspetto non ci ha rimesso affatto. Ora, vedremo come le sta l’abito azzurro. Lo troverà steso sul letto in camera sua, e le saremmo molto obbligati se vorrà indossarlo subito."

L’abito che mi aspettava era di una insolita sfumatura di blu. Un tessuto di ottima lana, ma presentava segni inequivocabili di essere stato già indossato. Se avessi preso le misure non avrebbero potuto essere più perfette. Vedendomi, il signore e la signora Rucastle espressero una tale ammirazione da sembrarmi addirittura esagerata. Mi stavano aspettando in salotto, una grande stanza che occupa tutto il fronte della casa, con tre ampie finestre che arrivano fino a terra. Accanto alla finestra centrale, e di spalle ad essa, era stata collocata una seggiola. E lì mi chiesero di sedermi; poi il signor Rucastle si mise ad andare su e giù nell’altra estremità della stanza raccontandomi tutta una serie delle più divertenti storielle che avessi mai sentito. Non può immaginare quanto fosse comico, e mi fece ridere fino alle lacrime. La signora Rucastle invece, evidentemente priva di qualsiasi senso d’umorismo, non accennò neppure un sorriso ma rimase seduta con le mani in grembo e una espressione triste e preoccupata. Dopo più o meno un’ora il signor Rucastle osservò improvvisamente che era tempo di iniziare i compiti della giornata e che potevo andare a cambiarmi vestito e raggiungere il piccolo Edward nella nursery.

Due giorni dopo si ripeté la stessa scena, in circostanze esattamente analoghe. Mi cambiai d’abito, sedetti accanto alla finestra, e di nuovo risi di cuore alle storielle di cui il mio datore di lavoro aveva un repertorio infinito e che raccontava benissimo. Poi mi diede un libro con la copertina gialla e, spostando un po’ la seggiola, così che la mia ombra non cadesse sula pagina, mi chiese di leggere un po’ ad alta voce. Lessi per circa dieci minuti, cominciando a metà di un capitolo e poi improvvisamente, nel bel mezzo di una frase, mi ordinò di smettere e di cambiarmi d’abito. Può facilmente immaginare, signor Holmes, come fossi incuriosita circa il possibile significato di quella straordinaria recita. Notai che stavano sempre molto attenti a che avessi il volto girato dalla parte opposta alla finestra; morivo quindi dalla voglia di vedere cosa stava succedendo alle mie spalle. In un primo tempo mi sembrò impossibile riuscirci ma ben presto trovai il sistema. Avevo inavvertitamente rotto il mio specchio a mano, quindi mi venne un’idea. Nascosi un pezzo di specchio nel fazzoletto. La volta successiva, mentre ridevo a tutto spiano, mi portai il fazzoletto agli occhi e riuscii, con un po’ di manovre, a vedere quello che c’era mie spalle. Confesso che rimasi delusa. Non c’era niente. Almeno, così mi parve a prima vista. Dando una seconda occhiata, però, scorsi un uomo fermo in Southampton Road, un uomo non molto alto, con la barba, vestito di grigio, che sembrava guardare nella mia direzione. La strada è un’importante via di traffico e in genere molto affollata. Quell’uomo, però, stava appoggiato alla cancellata che delimitava il nostro terreno e guardava in su con aria impaziente. Abbassai il fazzoletto e scorsi la signora Rucastle che mi fissava con uno sguardo indagatore. Non disse nulla ma sono convinta che avesse indovinato che tenevo in mano uno specchio e avevo visto cosa c’era alle mie spalle. Si alzò subito.

“Jephro”, disse, “c’è un tizio impertinente per la strada che sta guardando insistentemente la signorina Hunter.”

“E’ per caso un suo amico, signorina Hunter?”, mi chiese lui.

“No, non conosco nessuno da queste parti.”

“Santo cielo! Che sfacciataggine! Si volti, la prego, e gli faccia cenno di andarsene.”

“Sarebbe senz’altro meglio far finta di niente.”

“No, no, finiremmo col trovarcelo sempre fra i piedi. La prego, si volti e gli faccia cenno con la mano, così.”

Feci come mi aveva detto e nello stesso istante la signora Rucastle abbassò la persiana. Questo è successo una settimana fa e da allora non mi sono più seduta alla finestra, non ho più indossato l’abito azzurro, e non ho più visto quell’uomo per la strada.»

«Continui, la prego», disse Holmes. «Il suo racconto promette di essere straordinariamente interessante.»

«Lo troverà piuttosto sconclusionato, temo, e può darsi che, alla fine, si trovino ben pochi collegamenti fra i vari incidenti di cui sto parlando. Il primissimo giorno in cui ero ai Faggi Rossi, il signor Rucastle mi condusse ad un piccolo casotto che si trova accanto all’ingresso della cucina. Mentre ci stavamo avvicinando sentii il tintinnio di una catena agitata e il rumore di un grosso animale.

“Guardi!”, mi disse il signor Rucastle indicandomi una fessura fra due assi. “Non è splendido?”

Sbirciai dentro e riuscii a scorgere due occhi fìammeggianti  e una forma indistinta raggomitolata nel buio.

"Non abbia paura", disse il mio datore di lavoro ridendo al mio sobbalzo. "È solamente Carlo, il mio mastino. Lo chiamo mio ma in realtà l’unico che riesce a farsi obbedire è Toller, lo stalliere. Gli diamo da mangiare una volta al giorno, un pasto limitato, così ha sempre una fame da lupo. Toller lo scioglie ogni sera e Dio aiuti l’intruso che gli capiti sotto le zanne. Per amor del cielo, non le venga mai in mente, per nessun motivo, di metter piede sulla soglia la notte, perché ne andrebbe della sua vita."

Non parlava a vanvera perché due sere dopo mi capitò di guardare fuori dalla finestra della mia camera da letto verso le due del mattino. Era una bella nottata di luna, il prato davanti alla casa era argenteo e ci si vedeva quasi come di giorno. Me ne stavo lì, affascinata dalla tranquilla bellezza di quel paesaggio quando scorsi qualcosa che si muoveva sotto l’ombra dei faggi rossi. Quando uscì alla luce della luna vidi di che si trattava. Era un cane enorme, grosso quanto un vitello, di pelo fulvo, con la mascella cascante, il muso nero e delle grosse ossa sporgenti. Attraversò lentamente il prato e svanì dall’altra parte, nell’ombra. Quella spaventosa sentinella mi fece gelare il sangue nelle vene più di quanto avrebbe potuto fare qualsiasi scassinatore.

E adesso, le racconto un episodio davvero strano. Come sa, a Londra mi ero tagliata i capelli, ne avevo fatto una lunga treccia e li avevo riposti in fondo al mio baule. Una sera, dopo aver messo a letto il bambino, mi divertii a esaminare i mobili della mia camera e a risistemare le mie piccole cose. C’era un vecchio comò; i due cassetti superiori erano vuoti e l’ultimo, il terzo, era chiuso a chiave. Nei primi due avevo sistemato la mia biancheria e, dato che avevo molte altre cose da riporre mi seccava, naturalmente, di non poter usare il terzo cassetto. Mi venne in mente che forse era stato chiuso per errore così presi il mio mazzo di chiavi e cercai di aprirlo. La prima chiave si adattava benissimo alla serratura e lo aprii. Conteneva un unico oggetto ma scommetto che non indovinerà mai di cosa si trattava. Era la mia treccia. La presi e la esaminai. I capelli erano dello stesso insolito colore e dello stesso spessore. Poi mi resi conto che non era possibile. Come poteva essere stata chiusa lì la mia treccia? Aprii il baule con mani tremanti, lo svuotai e, sul fondo, c’era la mia treccia. La confrontai con l’altra e le assicuro che erano identiche. Non era straordinario? Per quanto ci pensassi e ripensassi, non riuscivo a capire il significato di quella storia. Rimisi nel cassetto la treccia non mia, e non ne feci parola con i Rucastle dato che ero in torto per aver aperto un cassetto che loro avevano chiuso a chiave.

Come forse avrà notato, sono una persona piuttosto osservatrice, signor Holmes, e ben presto ebbi chiara nella mente la planimetria della casa. C’era però un’ala che sembrava del tutto disabitata; e ad essa si poteva accedere attraverso una porta che stava di fronte a quella dell’appartamento dei Toller, ma che era sempre chiusa a chiave. Un giorno però, salendo le scale, incontrai il signor Rucastle che usciva appunto da quella porta, con le chiavi in mano; un’occhiata al suo viso mi rivelò una persona ben diversa dall’uomo pacifico e gioviale che conoscevo. Aveva il viso congestionato, la fronte aggrottata per l’ira e le vene delle tempie gli pulsavano di furore. Chiuse a chiave la porta e mi passò accanto senza una parola né uno sguardo.

Naturalmente mi incuriosii; così, quando portai il bambino a fare un giretto nel parco, mi diressi verso l’angolo dell’edificio dal quale potevo vedere le finestre di quella parte della casa. C’erano quattro finestre in fila, di cui tre semplicemente sporche, mentre la quarta era chiusa con le imposte. Evidentemente, le stanze erano vuote. Mentre passeggiavo su e giù, sbirciandole ogni tanto, mi venne incontro il signor Rucastle, allegro e cordiale come sempre.

“La prego di non considerarmi un maleducato”, mi disse, “perché le sono passato  accanto senza una parola, cara signorina. Ero preoccupato questioni d’affari.”

Gli assicurai che non ero affatto offesa. “A proposito”, dissi, “a quanto pare là ci sono delle stanze vuote e in una di esse le persiane sono chiuse.” Apparve sorpreso e, mi parve, un po’ scosso dalle mie parole.

“Uno dei miei hobby è la fotografia”, rispose, “e lassù mi sono fatto una l’oscura. Però! che ragazza osservatrice abbiamo trovato! Chi l’avrebbe mai creduto?” Chi l’avrebbe mai creduto? Parlava in tono scherzoso ma non c’era niente di scherzoso nei suoi occhi mentre mi fissava. Vi leggevo sospetto, irritazione, ma non motteggio.

Bene, signor Holmes, nel momento in cui compresi che c’era qualcosa a proposito di quelle stanze che io non dovevo sapere, sentii l’irrefrenabile impulso di entrarci. Non si trattava solo di curiosità, anche se la curiosità non mancava. Sentivo di doverlo fare - che penetrando in quelle camere me ne sarebbe venuto un bene. Si parla di intuito femminile; forse era il mio intuito che mi dava quella sensazione. Comunque, la sensazione c’era e aspettai  con ansia l’occasione di attraversare quella porta proibita.

E ieri l’occasione mi si presentò, finalmente. Devo dirle che, oltre al signor Rucastle, anche Toller e la moglie avevano qualcosa da fare in quelle stanze vuote perché una volta lo vidi entrare portando una grossa sacca di tela nera. Da un po’ di giorni beveva molto e ieri sera era completamente ubriaco e quando salii, vidi che la chiave era infilata nella serratura. Senza il minimo dubbio, l’aveva lasciata Toller. I signori Rucastle erano al piano di sotto, insieme col bambino, così era proprio l’occasione giusta. Girai piano la chiave, aprii la porta, e scivolai dentro.  Davanti a me c’era un piccolo corridoio, senza carta da parati e senza tappeto, che,  in fondo, girava a destra. Dietro l’angolo c’erano tre porte in fila, e la prima e la terza erano aperte; entrambe davano in una stanza vuota, squallida e polverosa, una con due finestre e l’altra con una sola finestra talmente incrostate di sudiciume da far passare solo un barlume di luce. La porta centrale era chiusa e bloccata all’esterno da una grossa ferro, come quelle di un letto, assicurata, da una parte, con un a un anello infisso nel muro e dall’altra con una robusta corda. Quella porta barricata corrispondeva esattamente alla finestra con le persiane all’esterno; dalla base filtrava della luce, per cui la stanza non era completamente buia. Evidentemente, la luce proveniva da un lucernario.

Mentre stavo nel corridoio a guardare quella porta dall’aspetto minaccioso, chiedendomi quale segreto celasse, sentii improvvisamente dei passi all’interno e un’ombra che, stagliandosi nello spiraglio di luce sotto la porta, andava avanti e indietro. A quella vista fui colta da un terrore folle e irragionevole, signor Holmes, mi cedettero i nervi, mi girai e corsi via -corsi come se delle mani invisibili e paurose mi afferrassero per la gonna. Mi precipitai lungo il corridoio, attraverso la porta, e finii dritta dritta nelle braccia del signor Rucastle che aspettava fuori.

"Dunque era lei", disse sorridendo. "L’ho immaginato quando ho visto la porta aperta."

"Sono così spaventata!", balbettai

"Mia cara signorina! Mia cara signorina!" - non può immaginare quanto fossero carezzevoli e tranquillizzanti i suoi modi - "e cosa mai l’ha tanto spaventata, cara figliola?"

La sua voce, però, era un po’ troppo insinuante. Stava esagerando. E mi misi subito in guardia.

"Sono stata tanto sciocca da entrare nell’ala vuota", risposi. "Ma è così solitaria e lugubre in questa mezzaluce che mi sono spaventata e sono subito corsa fuori. C’è un tale silenzio, là dentro!"

"È solo questo?", disse fissandomi.

"Certo, perché?"

"Per quale motivo crede che io tenga chiusa a chiave questa porta?"

"Non lo so davvero."

"Per tenere fuori le persone che qui non hanno nulla a che fare. Ha capito?", e continuava a sorridere amabilmente.

"Sono certa che se l’avessi saputo…"

"Be’, adesso lo sa. E se rimetterà piede su quella soglia" - e in un attimo il sorriso si congelò in un ghigno di rabbia e mi guardò con la faccia di un demonio - "la getterò in pasto al cane."

Ero così terrorizzata che non ricordo nemmeno cosa ho fatto. Credo di essergli passata accanto di corsa e di essermene andata in camera mia. Ricordo solo che mi sono trovata stesa sul letto tremando di paura. Poi, ho pensato a lei, signor Holmes. Non potevo rimanere ancora qui senza che qualcuno mi desse un consiglio. Mi spaventava quella casa, quell’uomo, la donna, i domestici, perfino il bambino. Mi sembravano tutti creature orribili. Se solo fosse venuto lei, tutto sarebbe andato bene. Certo, avrei potuto fuggire da quella casa, ma la mia curiosità era pari alla mia paura. Presi una decisione. Le avrei spedito un telegramma. Mi misi cappello e mantello, andai all’ufficio postale che è a circa mezzo miglio dalla casa e, al ritorno, mi sentivo già meglio. Avvicinandomi alla porta fui colta dall’atroce dubbio che avessero lasciato sciolto il cane ma poi ricordai che quella sera Toller era ubriaco fradicio e sapevo che lui era l’unico ad avere una qualche influenza su quella bestia selvaggia, l’unico che si sarebbe azzardato a liberarlo. Rientrai piano piano, sana e salva, e tanta era la gioia al pensiero che l’avrei rivista che quasi non ho chiuso occhio. Questa mattina, non ho incontrato alcuna difficoltà a venire a Winchester ma devo essere di ritorno prima delle tre perché i signori Rucastle vanno a far visita a qualcuno e rimarranno assenti tutta la sera, per cui devo occuparmi del bambino. Ora le ho raccontato tutte le mie peripezie, signor Holmes, e vorrei proprio che lei mi dicesse di che si tratta e, soprattutto, cosa devo fare.»

Holmes ed io avevamo ascoltato affascinati quella storia straordinaria. Il mio amico si alzò mettendosi a passeggiare per la stanza, con le mani in tasca e una espressione estremamente seria sul viso.

 «Toller è ancora ubriaco?», chiese.

«Si. Ho sentito la moglie che diceva alla signora Rucastle che non riusciva a squoterlo.»

«Bene. E questa sera i Rucastle escono?»

«Si»

« C’è una cantina con un lucchetto robusto?»

 «Si, quella dove conservano il vino.»

«Direi che in tutta questa faccenda lei si è comportata con molto coraggio e molto buon senso, signorina Hunter. Crede di poter fare ancora un sforzo? Non glielo chiederei se non la ritenessi una donna eccezionale.»

«Cercherò. Di che si tratta?»

«Il mio amico ed io saremo ai Faggi Rossi alle sette. Per quell’ora, i Rucastle saranno usciti e Toller, spero, sarà ancora fuori combattimento. Rimane solo la signora Toller, che potrebbe dare l’allarme. Se le riuscisse di farla scendere con qualche scusa in cantina e chiuderla dentro, ci faciliterebbe immensamente il compito.»

«Lo farò»

«Perfetto. E allora daremo un’occhiata a questa storia. Naturalmente c’è un’unica spiegazione plausibile. Lei è stata portata lì per impersonare qualcuno, che è invece tenuta prigioniera in quella stanza. Questo è evidente. Circa l’identità della prigioniera, non ho dubbi che si tratti della figlia, la signorina Alice Rucastle che, se ben ricordo, le hanno detto che era andata in America. Senza dubbio hanno scelto lei perché le somigliava per statura, corporatura e colore dei capelli. Quelli della figlia sono stati tagliati, probabilmente in seguito a qualche malattia, e quindi, naturalmente, anche i suoi capelli dovevano essere sacrificati. Per una strana combinazione, lei ha trovato la treccia. L’uomo nella strada senza dubbio era un amico della ragazza - forse il suo fidanzato - e dato che lei indossava il suo vestito e le somigliava tanto, ogni volta che la vedeva era convinto, dalle sue risate e poi dal suo gesto di congedo, che la signorina Rucastle fosse felicissima e non volesse più saperne di lui. Il cane viene sciolto la sera per impedire a quell’uomo di tentare di mettersi in contatto con lei. Fin qui, tutto chiaro. L’aspetto più preoccupante della faccenda sono le tendenze del bambino.»

«Ma quelle che c’entrano?», esclamai.

«Mi caro Watson, come medico lei impara ogni giorno cose nuove sui bambini osservando i genitori. Ma non capisce che anche il viceversa è ugualmente valido? Spesso sono riuscito a comprendere il carattere dei genitori studiando i loro figli. Questo ragazzine ha tendenze di una crudeltà anormale, di una crudeltà fine a se stessa, e che l’abbia ereditata dal suo sorridente padre, come sospetto, o dalla madre, fa comunque sperar male per la povera ragazza in loro potere.»

«Sono sicura che ha ragione, signor Holmes», gridò la nostra cliente. «Mi vengono in mente mille inezie che mi convincono della giustezza della sua teoria. La prego, non perdiamo un istante per aiutare quella povera creatura.»

«Dobbiamo agire con molta cautela perché abbiamo a che fare con un individuo assai astuto. Non possiamo fare niente fino alle sette di questa sera. A quell’ora saremo da lei e non ci vorrà molto a risolvere il mistero.»

Mantenemmo la promessa e alle sette precise eravamo ai Faggi Rossi dopo aver lasciato il calessino presso una trattoria fuori mano. Se anche non ci fosse stata la signorina Hunter che ci attendeva sorridendo alla porta, avremmo facilmente riconosciuto la casa dal gruppo di alberi le cui foglie scure avevano uno splendore metallico sotto il sole del tramonto.

«C’è riuscita?», chiese Holmes.

Da qualche parte del sottoscala venivano dei colpi sordi. «È la signora Toller in cantina», spiegò la ragazza. «Il marito russa, disteso sulla stuoia in cucina. Queste sono le sue chiavi, un duplicato di quelle del signor Rucastle.»

«È stata davvero brava!», esclamò Holmes con entusiasmo. «Ora, ci faccia strada e presto metteremo fine a questa fosca storia.»

Salimmo le scale, aprimmo la porta con la chiave, percorremmo il corridoio e ci trovammo di fronte alla porta barricata descritta dalla signorina Hunter. Holmes tagliò la corda e tolse la sbarra. Poi provò le varie chiavi nella serratura, ma invano. Dall’interno non proveniva alcun suono e a quel silenzio Holmes si rabbuiò.

«Mi auguro che non siamo arrivati troppo tardi», disse. «Credo, signorina Hunter, che faremo meglio a entrare senza di lei. Ora, Watson, prendiamola a spallate e vediamo se riusciamo ad entrare.»

La porta era vecchia e tarlata e, sotto la nostra spinta unita, cedette subito. Ci precipitammo entrambi nella stanza. Era vuota. Non c’erano mobili tranne una brandina, un tavolino e un cesto di biancheria. Il lucernario era aperto e la prigioniera era fuggita.

«Qui è successo qualcosa di brutto», disse Holmes; «quel bel tipo ha subodorato le intenzioni della signorina Hunter e ha portato via la prigioniera.»

«Ma in che modo?»

«Attraverso il lucernario. Vediamo subito come ha fatto.» Facendo forza con le braccia si issò sul tetto. «Ecco!», gridò, «alle tegole è appoggiata l’estremità di una lunga scala leggera. Ecco come ha fatto.»

«Ma è impossibile!», esclamò la signorina Hunter; «quando i Rucastle sono usciti, la scala non c’era.»

«E allora è tornato indietro per compiere la sua impresa. Gliel’ho detto. È un individuo furbo e pericoloso. Non mi sorprenderebbe se i passi che sentiamo adesso sulle scale fossero i suoi. Watson, credo farà meglio a tenere pronta la pistola.»

Non aveva nemmeno finito di parlare che sulla porta comparve un uomo, molto grasso e robusto con un pesante bastone in mano. Alla sua vista, la signorina Hunter lanciò un urlo rannicchiandosi contro la parete, ma Sherlock Holmes balzò avanti a fronteggiarlo.

«Canaglia!», disse, «dov’è sua figlia?»

L’uomo grasso si guardò intorno, poi alzò gli occhi al lucernario aperto.

«Sono io che lo chiedo a voi», gridò, «ladri! ladri e spie! Vi ho colto sul fatto, non è vero? Siete in mio potere. Ora vi sistemo io!» Girò sui tacchi scandendo a precipizio le scale.

«E’ andato a prendere il cane!», esclamò la signorina Hunter.

«Ho la pistola», risposi.

«Meglio chiudere la porta principale», gridò Holmes, e ci precipitammo tutti giù per le scale. Eravamo appena arrivati nel salone quando sentimmo il latrato di un cane e poi un urlo di agonia, un urlo terribile e sconvolgente, orrendo a sentirsi. Un vecchio col viso paonazzo e le gambe tremanti uscì barcollando da una porta laterale.

«Mio Dio!», gridò, «qualcuno ha sciolto il cane. Non mangia da due giorni. Presto, presto o sarà troppo tardi ! »

Holmes ed io corremmo fuori e girammo l’angolo dell’edificio, con Toller alle calcagna. E lì c’era l’enorme bestiaccia famelica, col muso affondato nella gola di Rucastle, che si contorceva urlando per terra. Accorsi e sparai subito al cane che cadde con le zanne ancora serrate intorno al collo dell’uomo. Con molta fatica li separammo e trasportammo il signor Rucastle, ancora vivo ma orribilmente maciullato, all’interno della casa. Lo stendemmo sul divano del salotto e, dopo aver spedito Toller, ormai completamente sobrio, a dare la notizia alla moglie, feci quanto era in mio potere per alleviare le sue sofferenze. Gli eravamo tutti intorno quando la porta si aprì e una donna alta e magra entrò nella stanza.

«Signora Toller!», esclamò la signorina Hunter.

«Proprio io, signorina. Il signor Rucastle mi ha liberata prima di salire da lei. Ah, signorina, è davvero un peccato che non mi abbia detto cosa aveva intenzione di fare, perché l’avrei informata che le sue fatiche erano inutili.»

«ah!», disse Holmes scrutandola attentamente. «Evidentemente la signora Toller ne sa più di chiunque altro su questa storia.»

«E’  vero, signore, e sono pronta a dirle tutto quello che so.»

«Si accomodi, allora, e sentiamo; confesso che ci sono ancora molti punti oscuri.»

«Glieli chiarirò subito», rispose la donna; «e l’avrei fatto prima se fossi potuta uscire dalla cantina. Se la faccenda riguarda la polizia non dimentichi che io sono stata dalla sua parte, come ero dalla parte della signorina Alice. Da quando suo padre si è risposato, la povera signorina non è stata mai felice in questa casa; la trattavano male e non aveva mai voce in capitolo; ma la situazione degenerò definitivamente quando, a casa di amici, conobbe il signor Fowler. Per quel poco che ne sapevo, la signorina Aliceaveva i suoi diritti, per testamento, ma era così dolce e paziente, che non ne fece mai cenno, lasciando tutto nelle mani del signor Rucastle. Lui sapeva bene che non gli avrebbe dato problemi; ma quando si profilò all’o-ante un eventuale marito che, naturalmente, avrebbe chiesto quanto gli era dovuto per legge, il padre pensò che era arrivato il momento di bloccare la situazione. Voleva che la figlia firmasse un documento in base al quale, che si fosse sposata o meno, affidava a lui il controllo del suo denaro. Quando Alice rifiutò, continuò a non darle pace fino a quando le venne una febbre cerebrale e, per sei settimane, rimase fra la vita e la morte. Alla fine si riprese, ridotta a un’ombra e senza più i suoi bei capelli che era stato necessario tagliare; ma questo non influì sul suo fidanzato, che le rimase fedele, da vero uomo.»

«Ah», disse Holmes, «penso che quanto lei ha avuto la bontà di raccontarci spieghi molte cose, e il resto posso dedurlo io stesso. A quel punto, immagino, il signor Rucastle decise di tenere prigioniera la figlia?»

«Sì signore.»

«E fece venire da Londra la signorina Hunter per scoraggiare l’inopportuna insistenza del signor Fowler.»

«Proprio così, signore.»

«Ma il signor Fowler, perseverante, da bravo marinaio, assediò la casa e, usando determinati argomenti, metallici o no, riuscì a convincerla che entrambi avevate lo stesso interesse.»

«Il signor Fowler era un gentiluomo molto gentile e molto generoso», rispose serenamente la signora Toller.

«E in questo modo, fece sì che suo marito non fosse mai a corto di bottiglie e che ci fosse sempre una scala pronta per quando il suo padrone si trovasse fuori di casa.»

«È esattamente quello che è accaduto, signore, proprio così.»

«Le dobbiamo delle scuse, signora Toller», disse Holmes, «perché senza dubbio ha fatto luce su tutto. Ecco che sta arrivando il chirurgo locale quindi, Watson, credo faremmo meglio a riaccompagnare la signorina Hunter a Winchester, dato che il nostro attuale locus standi non direi che sia dei migliori.»

Fu così risolto il mistero del sinistro edificio con i faggi rossi. Il signor Rucastle sopravvisse ma rimase infermo, tenuto in vita solo grazie alle amorevoli cure della moglie. Hanno ancora gli stessi vecchi domestici che probabilmente ne conoscono così a fondo le vicende che i due coniugi non hanno il coraggio di separarsene. Il signor Fowler e la signorina Rucastle si sposarono con una licenza speciale a Southampton il giorno successivo alla loro fuga; e oggi il signor Fowler, ricopre un incarico governativo nell’isola Mauritius. In quanto alla signorina Violet Hunter, Holmes, con mio grande disappunto, se ne disinteressò completamente una volta che non fu più al centro di uno dei suoi problemi e adesso dirige, credo con molto successo, una scuola privata a Walsall.

Equitalia

Ho ricevuto una raccomandata oggi 20 agosto.

Chi cazzo vuoi che sia quello stronzo che ti manda una raccomandata il 20 agosto? 

E poi si lamentano se la gente li odia!

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